Scrittura e cura

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StradePrendersi cura di se stessi scrivendo.

Percorrendo diverse strade fino ad incontrarmi. È la mia autobiografia in cinque parole.
In fondo la mia vita, quindi la mia essenza è proprio questa: provare e riprovare a percorrere diverse strade o sentieri che si presentano sul mio cammino. Sentieri lunghi o brevi, a volte interrotti che mi costringono a perdermi per un momento nella fitta boscaglia; altri seguiti a lungo e poi lasciati, a volte con nostalgia, per altri che intersecano il mio procedere. Sentieri percorsi in compagnia di altre persone o in solitaria o che hanno consentito incontri a volte inaspettati; tracce abbandonate da tempo e ritrovate mutate nel tempo da altri passaggi e che io stesso ho ripercorso con il passo mutato del mio tempo.
Ritrovare quel passo arricchito di consapevolezza mi permette oggi di assaporare il rumore del vento.

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Perché Scritture nomadi

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MonetGrenouilliere “Scrivere con passione e determinata volontà di raccontare la vita (non solo la propria) significa soprattutto pensare, ragionare, riflettere, argomentare, oltre a sentire e a narrare. A partire dalla propria storia, dalla propria esperienza umana, tanto dai propri ricordi quanto dai vissuti quotidiani.” – Duccio Demetrio, La scrittura clinica, Raffaello Cortina Editore.
L’elaborazione dei propri vissuti per mezzo della scrittura introspettiva può contribuire a facilitare quel processo di revisione e presa di distanza necessario a far sì che ciascuno possa vedere e ri-vedere la propria esperienza di vita da una prospettiva differente consentendo, nel momento del distacco da ciò che viene espresso, un’osservazione più pacata e autoriflessiva tesa non più a un coinvolgimento emotivo preponderante ma come vista al di là di un vetro, consegnata al mondo e quindi a se stessi così com’è quasi come fosse accaduta ad un’altra persona.
Rivedere e rivedersi attraverso le parole che descrivono un momento da noi vissuto, ritrovare nell’immaginario quelle situazioni che possono aver lasciato nodi irrisolti e fissarle su un foglio sia esso di carta o virtuale, rovescia la nostra stessa posizione di autori delle nostre storie, nel momento in cui da narratori diventiamo esseri narrati costringendoci in ciò ad un ascolto che, pur provenendo dalle nostre stesse parole, nel momento in cui si esplicita nella scrittura diventa da oggetto del nostro pensiero a soggetto che ci interroga nella sua essenza.
Quando questo processo di re-visione avviene contemporaneamente ad una condivisione con altri che stanno compiendo il medesimo sforzo narrativo e quando il tutto è coordinato da un agente esterno che ha funzione di stimolo nel processo creativo di elaborazione nonché di restituzione successiva al termine dell’esperienza narrativa, si stabilisce nel gruppo una dinamica co-narrativa che avvolge i partecipanti facendoli sentire parte di un tutto che costruisce a cominciare dai vissuti di ciascuno che altro non sono, nelle dovute differenze di percorso, le medesime esperienze nelle quali è possibile identificarsi in qualche modo poiché hanno fatto parte a qualche titolo della nostra vita.
Questo è ciò che avviene durante le Scritture nomadi, un’operazione di co-costruzione di esperienze da parte di un gruppo di persone non necessariamente omogeneo ma che ha la volontà di condividere per un breve periodo una prassi di ricerca per meglio comprendere attraverso le proprie riflessioni ma anche per mezzo dell’ascolto di ciò che esprimono gli altri qualcosa di se stessi, un modo per definire nel presente ciò che siamo e a che punto del nostro cammino ci troviamo. Un modo per prendere consapevolezza delle proprie fragilità o difficoltà attraversate nel corso della nostra esistenza in una prospettiva di condivisione nella quale riconoscersi.

Le tre dimensioni di un albero

2014-04-07 13.42.52Siamo abituati a considerare un albero come un elemento statico, fisso nel terreno. Ma osservando meglio esso ci appare come un qualcosa che riesce ad essere contemporaneamente inserito in tre dimensioni: quella terrena di radicamento nel suolo e quindi nella dimensione della staticità e fermezza, pienamente fissato nel terreno da cui trae alimento; quella spaziale, dove il tronco si erge e mostra, nella sua pienezza, la forza di un essere solido e al tempo stesso flessibile alle spinte dei venti; la terza dimensione è quella aerea, con i rami e le foglie che si protendono verso il cielo quasi a cercare un’unione con ciò che sta sopra, verso un oltre dell’umano sentire.
Allo stesso modo possiamo sentirci alberi a nostra volta fissando in scrittura le nostre esperienze: radicati nelle origini che hanno consentito alla nostra essenza di manifestarsi per ciò che è caratterizzandoci per ciò che siamo; in secondo luogo consapevoli del qui e ora nel nostro ergerci nel presente; infine proiettati verso il nostro divenire tendente ad un oltre che non potrà mai essere raggiunto ma al quale non possiamo fare a meno di tendere.

Riprendendo il cammino

2014-05-31 09.49.28Ci sono diversi modi di procedere nel cammino: uno di questi è guardare fisso la punta delle proprie scarpe, un controllo metodico del sentiero sul quale i nostri passi lasciano un segno quasi a evitare sorprese: inciampi, buche o ostacoli che potrebbero rendere meno agevole il nostro procedere.
Altro è camminare a testa alta, seguendo il disegno dei rami del bosco, il tracciato evanescente delle nuvole, un suono, un profumo, senza curarsi di ciò che calpestiamo, fosse anche un fiore, un insetto, una pietra sulla quale sobbalzare.
Entrambi i modi conducono a uno straniamento. In chiusura il primo, in totale apertura il secondo. Ciascuno di questi orientato però in un’unica direzione, dentro o fuori dal nostro essere.
La ricerca del nostro camminare narrante vorrebbe tracciare sentieri che vadano contro corrente, trovando un equilibrio nella direzione armonica fra il dentro e il fuori di ciascuno di noi, dove sia possible ascoltare il rumore dei propri passi e al tempo stesso percepire l’energia della natura che ci circonda, facendoci sentire parte di essa; un’emozione che potrà essere tradotta in parola scritta, per meglio fissare il nostro pensiero e le nostre emozioni, al fine di costruire una memoria di quello che siamo stati e di ciò che abbiamo vissuto in quel momento, in noi stessi e con quanti hanno condiviso quel tratto di cammino.

Scritture Nomadi – Oltrecastello 31/5/2014

 

U20140531_093322n gruppo di sette viandanti con a capo una guida, otto persone comprese nei loro pensieri.
Un primo momento di riflessione: scrittura individuale, intima, non condivisibile, atta a pulire i pensieri. Un momento per prendere contatto con se stessi, prima di iniziare il cammino. Ciascuno si dispone dove può e dove preferisce sulla piazza. Qualcuno ha scelto una panchina, altri le transenne a bordo marciapiede, il gruppo così sparpagliato non sa ancora di essere gruppo. Otto individui che condivideranno momenti ancora da scoprire, otto persone che andranno a scoprirsi piano piano, mano a mano che il bosco li accoglierà con le sue braccia di rami e le sue dita di foglie.
Comincia il cammino: occorrono alcuni minuti per uscire dal paesaggio di case, auto, persone che non hanno a che fare con questi viandanti; qualche cane di guardia ai prati rasati difende le case che ci lasciamo alle spalle. In breve abbandoniamo l’asfalto per un più rassicurante viottolo non ancora sentiero; l’ingresso nel bosco dovrà essere graduale, la città, i suoi pensieri e il suo ritmo, cedono di buon grado il passo alla collina che attende. Un divieto di accesso, un segnale di civiltà per mettere in guardia chi si avventura come noi verso avventure inaspettate. Ci fermiamo e il primo spunto spinge a pensare alla memoria, a ciò che insegna, al bagaglio che costituisce la nostra essenza:

La memoria è una moneta a più facce. Non si accontenta di averne due come Giano bifronte. Una rivolta al passato e l’altra verso il cammino nuovo che intraprendiamo. Lasciandoci alle spalle la vecchia strada. Però è una moneta sovente fuori corso. Con la quale non possiamo comprare quel che spesso vorremmo: ad esempio, il lasciarci in pace senza più torturarci con brutti ricordi. Impossibile è convincerla, in questi casi. […] La memoria ha le sue cicatrici quanto la nostra carne. Se la sua presenza ci abbandonasse, al di là di ogni aspetto utilitaristico, ci sentiremmo espropriati di noi stessi. Non potremmo poetare, pensare a cose non effimere, creare per il solo piacere di farlo, per diletto: senza tornaconti. Sappiamo e possiamo agire, pensare, amare… soltanto se siamo in grado di ricordarci di noi; se sappiamo avvalerci di quanto l’esperienza ci ha insegnato avendone fatto tesoro.

Duccio Demetrio, Raccontarsi per raccontare in Educare è narrare, Ed. Mimesis 2012, pag. 63

Quella volta che ho imparato…

Quella volta che, poco più che bambina, ho imparato a nuotare credevo di morire, di non risalire
più dalla densità del profondo.
Una sensazione che ancora oggi domina il silenzio, il disagio e poi sfuma impercettibile, senza
lasciare traccia nel respiro lento della memoria.

Elena B. B.

a stare al mondo, a relazionarmi con gli altri, a dire le cose che vanno dette con sapienza, arguzia ed eleganza, e tatto, a d ascoltare quello che veramente mi sta dicendo una persona, quello che intende, a capire cosa sto dicendo io, quel che veramente intendo.

La vita è una col-lezione di lezioni mai apprese completamente e presto dimenticate.

Stefano

qoéla volta

no ài miga capì niènt

qoéla volta che ài vist sgolar na rondola
‘n de strade su ‘n te ‘l ciel
o qoéla volta che ‘n putèl
se à tacà su a na rama seca
qoéla vota che avrìa avèst bisòn
de dir de no a tut quant
qoéla volta che avrìa cognèst emparar vargot
la sarìa stada qoéla giusta
par poder darghe la volta a la mè vita
qoéla volta che ài ‘mparà no l’èi nancor vegnùda
e come qoéla rondola mi seguto a sgolar

(traduzione)

quella volta

non avevo capito proprio niente | quella volta che ho osservato volare una rondine | su una strada su nel cielo | o quella volta che un ragazzo si è lasciato penzolare da un ramo secco | quella volta che avrei avuto la necessità | di dire no a tutto | quella volta che avrei dovuto imparare qualcosa | sarebbe stata la volta buona | di dare un volto nuovo alla mia vita | quella volta che ho imparato non è ancora arrivata | e come quella rondine continuo il mio volo

Diaolin

memoria

Proseguiamo il cammino.

Uno scorcio su Trento, la sua valle e il suo fiume, i vigneti, le case, le strade: un breve sguardo poi uno scalino tra due rocce, quasi a indicare una porta verso il sentiero che inizia. Comincia la salita e insieme a questa il bosco. Ci inoltriamo nel fitto della penombra e i nostri passi silenziosi cadenzano il ritmo dei nostri pensieri. Il cammino è tortuoso, procede a tornanti quasi a indicare il flusso di andata e ritorno delle nostre menti, i continui cambi di direzione quasi inconsapevolmente ci conducono avanti, verso la seconda sosta, quella che impone una scelta: una biforcazione di sentieri sulla quale fissare la seconda riflessione:

La strada che non presi

Due strade divergevano in un bosco giallo
e dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe,
essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai
fissandone una, più lontano che potei.

Poi presi l’altra, che era buona ugualmente
e aveva forse l’aspetto migliore
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi uguali.

Ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
che nessun passo aveva annerito
oh, mi riservai la prima per un altro giorno
anche se, sapendo che una strada conduce verso un’altra
dubitavo che sarei mai tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra molti anni:
due strade divergevano in un bosco ed io…
e questo ha fatto tutta la differenza.

Robert Frost

La volta che ho dovuto scegliere…

La vita ha scelto per me, come una barchetta di carta dentro un mare in tempesta cercavo approdi,
scrutando ansiosa l’orizzonte, ma il cielo voleva regalarmi altro, voleva regalarmi se stesso, la
luce, il manto di stelle nel buio, la pioggia e il vento impetuoso. La vita ha scelto prepotentemente
di arrivare, mentre incredula e pacificata me ne stavo a guardare.

Elena B.B.

In Scozia a una stazione ferroviaria, dopo aver accompagnato una persona, prima che le porte automatiche si chiudessero. Mi ha chiesto di salire. Io invece sono tornato nella mia stanza a scrivere un’email a quella che oggi è mia moglie.

Stefano

assoluzione

non ho rimpianti,

in fondo, la scelta l’ha fatta la mia voglia di scoprire

senza chiedermi nulla!

 Diaolin

Scelte

Proseguiamo il cammino.

Procediamo sul sentiero a sinistra, quello più agevole che si snoda in leggera pendenza e che ci porta in breve alla sommità della collina. Quassù ci accolgono l’erba e i fiori di un prato assolato; pochi alberi sparsi mentre il bosco resta ai margini, quasi a proteggere il segreto di un eremo che ci osserva da un poggio.

Mi sento come…
il cielo al mattino
il muschio su un tronco
il fiume che passa in lontananza
un filo d’erba tra i tanti
una farfalla appena uscita dal bozzolo
un animale notturno
un sentiero tortuoso
il vento che passa tra i rami
un passo leggero

Come il vento tra gli alberi

Sul cammino lento e maestoso del sentiero che porta al rifugio Brentei, il vento e’ persona,
racconta i silenzi, la fatica il pianto, il dolore. Se in silenzio ascolti la sua voce, saprai che è’ vitale,
leggero, o impetuoso come te. Il vento tra i rami e’ il brivido del mondo, sei tu, sono io, e’ la voce della terra. Il vento e’ respiro, e’ il viaggio, e’ pensiero, e’ libertà. Da bambina lo guardavo giocare
tra i panni stesi, sembrava giocare per me ed io giocavo con lui, fingevo di essere lui. Di giorno annunciava la pioggia nella casa di legno nel bosco, di notte alternava folate irruente ad un sibilo leggero, un racconto sussurrato, che ho sempre ascoltato e a volte perfino capito.

Elena B.B.

Un passo leggero, ma non ancora abbastanza. Camminare nella vita senza fare troppo chiasso, senza disturbare gli altri finché non è proprio necessario, finché non te lo chiedono, finché non se lo aspettano.

Un mondo di passi leggeri è più ricco, affascinante e profondo di un mondo senza passi, oppure un mondo di passi pesanti.

Stefano

Mi sento come: un animale notturno

el béghel

me sento come ‘l béghel

a sbusar för la nòt
‘mpienuda de paturnie
mai contàde
pogiàda come nugola
su ‘nsògni dezipadi

pò ciùta dré ‘n acàz

na luna mòrbia
che s-ciàra tut entorn
che ‘l par matìna
me mòlo come fùssa na pavéla
pogiàndome su l’aria engremenìda

ài vist en soresàt
gio ‘n trà le ortighe
ma, embròi!,
la scampa via la luna
e tut vèn nòt
pò furba l’èi de volta
la varda ‘n gio, la ride
e dré na cima spìzza
la spariss

(traduzione)

il gufo

mi sento come il gufo | mentre buca la notte | ricolma di paturnie | mai raccontate | appoggiata come nuvola | su sogni sgualciti | poi fa l’occhiolino dietro un acacia | la luna dolce che rischiara tutto intorno | che sembra giorno | mi lascio andare  come fossi | una farfalla distendendomi sull’aria intirizzita | ho visto un topolino  | tra le ortiche | ma, inganno!, | la luna scappa via | e tutto è notte | poi furba torna ancora | mi guarda, poi sorride | e sparisce dietro una cima a punta

Diaolin

Mi sento come il cielo al mattino che quando mi alzo dalla finestra ne scruto il colore, la densità delle nubi e se ci sono se son gonfie di pioggia.

Come il cielo al mattino dipende dalle correnti ecco che anch’io posso essere solare se ho goduto di un sonno ristoratore, spensierata se poco o nulla mi preoccupa, curiosa se la giornata si prospetta interessante.

E come il cielo al mattino sono comunque mutevole, in attesa di una leggera brezza per assaporare i momenti o di un vento che spazzi via pensieri, parole, persone ingombranti.

Loredana

mi_sento

Proseguiamo il cammino.

Torniamo al bosco in attesa e scendiamo per il sentiero che si offre di fronte a noi. Camminiamo sul bordo della collina come spinti da una forza centrifuga che lentamente ma inesorabilmente, ci trascina al di fuori di essa. Qualche passo ancora, una deviazione improvvisa e una sosta, l’ultima in questo bosco segnato da passi di inchiostro, tracce lasciate da speciali viandanti:

…di quanto poco resta traccia! Tante cose accadono senza che nessuno se ne accorga né le ricordi. Di quasi nulla resta traccia, i pensieri e i gesti fugaci, i progetti e i desideri, il dubbio segreto, i sogni, […] Tutto si dimentica o va perduto, […] quanto poco rimane di ogni individuo, di quanto poco vi è testimonianza e di quel poco che rimane tanto si tace, e di quello che non si tace si ricorda dopo soltanto una parte minima, e per poco tempo, la memoria individuale non si trasmette e non interessa chi la riceve, il quale plasma e possiede la sua propria memoria.

Javier Marias, Domani nella battaglia pensa a me, Ed. Einaudi 1994, p.198

Le tracce che ho lasciato

E chi può dire se lascerò una traccia del mio cammino inquieto, non spero, non credo, non voglio,
non posso.
Vorrei soltanto continuare a camminare, a raccontare, a rallegrarmi, indignarmi, piangere, ridere
giocare. Questo soltanto vorrei trasmettere al mondo : il gioco di specchi della vita e’ un illusione,
e’ un passo leggero, un alito di vento, un filo d’erba, un fiume che passa in lontananza, il cielo al
mattino.

Elena B.B.

La contraddizione di chi vuole avere un passo leggero e nel contempo vuole lasciare una traccia.

La traccia che ho lasciato si percepisce già: le persone che sono entrate nella mia vita sono cambiate e io con loro. Questo cambiamento si è propagato altrove e non c’è modo di sapere quali altre tracce abbia agevolato ed è bello che sia così.

Stefano

Le tracce che ho lasciato
saranno il compito a casa
di chi le vorrà raccontare.

Diaolin

 

tracce

Proseguiamo il cammino.

Non rimane che affrontare l’ultimo tratto, quello che ci riporta all’asfalto e alla strada, ad uscire da un mondo ovattato che aveva com-preso e abbracciato questo insieme di passi e pensieri.
Un tavolo in legno nel parco offre l’opportunità di incrociare finalmente gli sguardi, quelli di occhi che hanno fatto da specchio ai nostri animi nomadi.

I partecipanti: Elena G., Elena B. B., Loredana, Franz, Sabrina, Diaolin Giuliano, Stefano.
Conduttore: Roberto.

Madame Bovary c’est moi!

Madame BovaryQuando scriviamo anche se apparentemente affrontiamo temi e situazioni lontani da quella che potrebbe essere la nostra vita, inevitabilmente ci ritroviamo a scrivere di noi stessi. Sempre, tra le righe dei nostri racconti, tra le pieghe delle trame che intrecciamo, sveliamo qualcosa di noi stessi. Il bisogno di esprimersi e di esprimere il nostro essere sta alla base di ogni narrazione fosse anche la più creativa e/o surreale si possa concepire.
Raccontarsi e quindi raccontare è sempre mettersi in relazione con un ipotetico lettore che potrà riconoscere anche pur non conoscendoci direttamente, ciò che realmente siamo.
L’efficacia del messaggio che comunichiamo è quindi direttamente proporzionale al grado di autenticità che riusciamo a trasmettere con le nostre parole. Maggiore è la nostra disponibilità a metterci in gioco e maggiore sarà la possibilità che quanto comunichiamo venga accolto da chi sarà disposto ad ascoltarci, in un giro di relazioni dove il riconoscimento reciproco diventerà motore di un dialogo che risulta essere incontro tra due essenze diverse tra loro nei caratteri ma simili nei principi fondanti e comuni a ciascun essere umano.
L’essenza di una relazione autentica si fonda quindi sulla volontà di mettersi in gioco, incontrando l’altro sul piano della fiducia reciproca, nella certezza di essere accolto dall’altro incondizionatamente in assenza di giudizio, mettendo in risalto ciò che unisce piuttosto che ciò che distanzia.
In tutto questo la scrittura, quando condivisa, costituisce un veicolo di incontro concreto e autentico tra persone anche diverse e sconosciute tra loro nella misura in cui queste siano disponibili ad ascoltare ciò che l’altro riesce a donare nella sua narrazione.
Il senso del nostro cammino narrativo cercherà di avvicinarsi il più possibile a questo intento.

Scrivere è scolpire

MichelangeloQuando scriviamo di noi stessi compiamo la stessa operazione che deve fare lo scultore per mettere a nudo l’idea della forma che vuole presentare: scrivendo di noi siamo costretti a scegliere, nel movimento in levare, quali parti della nostra vita omettere e quali lasciare, al fine di rendere più comprensibile ciò che della nostra persona vogliamo mostrare. Scrivere di sé non significa quindi esporre tutta la nostra persona al giudizio altrui; significa invece trovare, tra le pieghe della nostra esistenza, quei segni che possono raggiungere meglio chi riceve per definire ciò che realmente siamo. L’omissione quindi non è nascondere ma semmai è far emergere ciò che resta e si svela: un’essenza liberata dagli orpelli che la incatenano, riuscendo finalmente a mostrare l’essenza concreta, depurata di quegli elementi che non chiariscono, che appannano il nostro essere.
Scrivere di sé è quindi scolpire, infliggendo colpi anche alla nostra anima, se necessario, chiarificando fino all’essenziale ciò che realmente è il significato vero del nostro esistere.

Il nostro narrare

Immagine

Camminare osservando l’ambiente che ci si fa incontro assorbiti da pensieri che rimbalzano a ogni stacco delle scarpe verso noi stessi; pensieri che rischierebbero di fuggire se non venissero fissati in tracce d’inchiostro appuntate su foglietti che segneranno il nostro tracciato. Questo è il senso del nostro narrare itinerante, questo è quello che faremo fra non molto, per chi vorrà esserci. Percorsi nei quali persone fino ad ora sconosciute sapranno trovare anche la voglia di condividere un’emozione o anche soltanto il silenzio di uno sguardo.

 

Scrivere di sé

magritte_la_firma_in_biancoScrivere di sé comporta sempre un cammino a ritroso, come una spirale discendente nel nostro essere, dove le emozioni, i ricordi, le immagini si accavallano e si rincorrono per sentieri spesso accidentati. Camminare pensando a se stessi, alle nostre vite a ciò che siamo e a ciò che avremmo potuto essere se le cose fossero andate diversamente; consente di percepire non soltanto con lo sguardo ma con tutto il nostro essere, il mondo che ci circonda: le asperità del terreno, i suoni, i rumori, i colori che incontriamo fanno da sfondo alla narrazione in corso, come un tappeto di note sul quale si svolge il racconto delle nostre esperienze.

Essenzialità tracciate

Sentieri_interrottiAvanziamo lungo un sentiero in silenzio, misurando i passi su pensieri che rincorrono il respiro ora affannoso, ora calmo di un camminare variato dalle asperità del terreno simili a quelle che la vita ci obbliga a percorrere seguendo un tracciato di orme lasciate sul terreno della nostra essenza.
Le scelte che abbiamo dovuto operare nei momenti in cui ci siamo trovati esposti a biforcazioni di strade sconosciute e casuali a volte ma sempre conservate nel dubbio delle possibilità irrisolte della via non scelta, anche quando, ed è successo qualche volta, ci siamo lasciati attrarre dal cammino a ritroso nel quale abbiamo dovuto scoprire che è stata sempre preclusa la possibilità di un riconoscimento di qualsiasi traccia del nostro passaggio lasciato nel tempo dell’ormai.
E allora guardiamo avanti, oltre la punta delle nostre scarpe, timorosi e al tempo stesso desiderosi di un augurabile inciampo che possa far nascere in noi la sorpresa di un incontro con ciò che non abbiamo ancora sospettato esistere.
Per questo camminiamo e non permettiamo in ciò che si interrompa il flusso del nostro pensiero, unica traccia sospesa e svincolata da ogni radicamento nel già conosciuto.